Ronaldinho, i perché di un’esclusione: ritardo e… alito pesante

15 maggio 2013

Luis Felipe Scolari era stato chiaro: nella Nazionale brasiliana per la Confederations Cup ci sarebbe stato posto solamente per uno tra Ronaldinho e Kakà. Al momento di diramare le convocazioni per il torneo, la sorpresa: niente Kakà e niente Ronaldinho. Per inciso, niente Pato pure, ma questa è un’altra storia. La critica si è scatenata, il Brasile si chiede il perché di queste esclusioni eccellenti. Scolari si è limitato a dire “ho deciso così e basta, tanto chi occupa la mia posizione è destinato a ricevere critiche e a mangiare pane duro, vado avanti così e basta”.
Ma noi siamo in grado di spiegare perché Ronaldinho, ancora idolo nel suo Paese, è stato fatto fuori in maniera così perentoria. Dinho si è presentato al raduno per la preparazione della partita amichevole contro il Cile, disputata il 24 aprile, con mezz’ora di ritardo. Tutti i suoi compagni erano perfettamente puntuali, lui no. E l’aggravante è che il ritiro e la partita erano a Belo Horizonte, quindi a casa sua. Ma non è finita qui. L’alito di Ronaldinho tradiva qualche eccesso alcolico, secondo i collaboratori dello staff tecnico che l’hanno accolto. Scolari era furioso, ma ancora di più lo era dopo la partita, a causa della penosa prestazione del Gaucho che già era stato discutibile contro Bolivia e Inghilterra. Se Dinho avesse giocato decentemente almeno un paio di quelle tre partite, Scolari sarebbe stato disposto a soprassedere sul ritardo alcolico del suo ex pupillo, ma così non va bene. Sarebbe stato un esempio negativo per tutto il gruppo, meglio lasciarlo a casa.

di Enzo Palladini

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Il modello Juve

5 maggio 2013

“Questo scudetto ha un sapore diverso da quello dell’anno scorso; allora non avevamo nulla da perdere, in questa stagione è dalla prima partita che siamo sotto la spada di Damocle della riconferma a tutti i costi”. Le parole di Gigi Buffon, il capitano e l’anima della Juventus, rappresentano la sintesi del significato dello scudetto bianconero. Leggi il seguito »

di Nicola Calathopoulos

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Cessione Handanovic, affare da non perdere

25 aprile 2013

di Matteo Leonardi

Handanovic al Barcellona per 30 milioni? Sarebbe un affare. Per i catalani, per il giocatore e per l’Inter. Di certo la squadra di Villanova non andrà avanti con Valdes, destinato all’Arsenal. E di certo punta ad avere un grande portiere. Ma non cincischierà. In caso di un no definitivo dell’Inter, si rivolgerà subito ad altre squadre. Pare, anzi, che abbia già bussato alla porta dello United per De Gea. E pare prontissimo a chiedere Lloris al Tottenham o Sommer al Basilea. Possibili anche alcune soluzioni spagnole meno care: Reina del Liverpool e Guaita del Valencia. Leggi il seguito »

di Redazione

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Stramaccioni non è l’allenatore dell’Inter

19 aprile 2013

Una cosa è certa. Stramaccioni non è l’allenatore dell’Inter. Semplicemente perché la squadra che sta allenando di questi tempi non è l’Inter. O meglio: è un’Inter bis, una vaga e lontana parente di quella formazione con la quale aveva iniziato la stagione, con altri giocatori e con altre ambizioni.

Il giovane tecnico paga, quasi sicuramente, lo scotto dell’inesperienza che è venuta a galla dopo il gol del vantaggio nella gara di Coppa Italia di mercoledì contro la Roma: vista la precarietà della sua squadra avrebbe forse fatto meglio a ricorrere ad un simil catenaccio anni “sessanta” piuttosto che  metterla sul piano del gioco contro un avversario più forte in tutto.

Ma al di là di questa considerazione  condivisibile o meno, rimane il fatto che non può essere chiamata Inter, una squadra il cui centrocampo- composto da Schelotto, Kuzmanovic, Kovacic e Zanetti- è all’insegna dell’improvvisazione. E che ha in attacco un mezzo acciaccato come Alvarez, e il trentacinquenne Tommaso Rocchi.

I numeri sono li davanti agli occhi di tutti:  17 sconfitte in 50 partite ufficiali, 4 ko interni nelle ultime 5 gare a San Siro, 45 gol subiti in campionato a fonte dei 50 segnati.

E poi c’è la faccenda legata agli infortuni.Tanti, troppi: una quarantina. E qui c’è un altro punto “a favore”-si fa per dire-di Stramaccioni. Perché non è lui il responsabile della scelta dell’attuale preparatore atletico. L’ha dovuta subire-pare sia stata imposta dal dott. Combi-ma allo stesso tempo non se la sente di mettere in piazza questa ulteriore bega di palazzo che potrebbe scagionarlo, ma che contemporaneamente farebbero lievitare ulteriormente il caos già esistente all’interno della societa’.

Giustamente Moratti ha detto di lui: “Non è condannabile, e quindi assolto, per insufficienza di prove.” Ciò non significa che sarà confermato. Ma rafforza il concetto iniziale e cioè che attualmente Stramaccioni non sta allenando l’Inter. Ma una squadra che le somiglia solo per il colore delle maglie

di Bruno Longhi

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Gli errori di Stramaccioni

11 marzo 2013

Difficile sostenere Stramaccioni, impossibile condividerne gli ottimistici progetti sbandierati alla vigilia della gara col Bologgna. Dichiara che il terzo posto è l’unico vero obiettivo societario e poi , in una partita da vincere ad ogni costo, manda allo sbaraglio  dall’inizio il diciottenne Benassi sull’esterno sinistro, in un ruolo non suo, e lascia in panchina chi, come Cambiasso, può dare le giuste geometrie a centrocampo e soprattutto chi, come Cassano, può fare la differenza là davanti dove invece il povero e solitario Palacio deve cantare e portare la croce.

Stramaccioni è giovane, di prospettiva, ma puntualmente sbaglia la formazione iniziale probabilmente perché viene lasciato solo nelle sue decisioni senza il conforto di un salutare contraddittorio come avveniva invece ai tempi in cui Oriali viveva a stretto contatto prima con Mancini e poi con Mourinho.

Cambia continuamente formazione, modulo, sistema di gioco. A Londra dove aveva bisogno di un contropiedista, aveva messo Cassano, che un velocista non è, quale  unica punta. E non ignoriamo il caso Guarin: il colombiano  non è più lui, frastornato dai continui cambi di posizione cui viene costretto partita dopo partita.

Ma al di la degli undici che scendono in campo è il gioco che latita: l’inter di un girone fa non c’è più. E’ diventata un’accozzaglia di cani sciolti in cui la somma del talento dei singoli-eloquente lo striscione esposto ieri a San Siro dedicato agli ultimi acquisti societari-non può sostenere il confronto con chi-come il Bologna per esempio- propone un calcio organizzato.

L’impressione è che per quest’Inter l’obiettivo Champions League sia una mera utopia, una missione impossibile come quella di ribaltare giovedi prossimo contro il Tottenham lo 0-3 di White Hart Lane. Anzi, con questo andazzo, c’è pure  il rischio che nella prossima stagione possa ritrovarsi fuori anche dall’Europa League.

di Bruno Longhi

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