Mazzarri, prova con la difesa a 4

4 febbraio 2014

E’ l’Inter sotto esame o Walter Mazzarri ? L’interrogativo è non solo lecito, ma doveroso. Se fino a qualche tempo fa il tecnico godeva di una sorta d’immunità figlia della fiducia trasmessagli dai vertici societari, oggi tocca a lui dare quel quid in più  affinché la squadra ritorni ad esprimersi come era capitato-sorprendentemente –ad inizio stagione.

L’Inter non è la Juve, non è la Roma, ma non può nemmeno essere quella macedonia di uomini incapace di fare gol contro le squadre che si difendono, incapace di difendersi contro quelle-come la Juve-che hanno il gol facile.

Non è più tempo di affibbiare colpe a chi come Palacio non vede più la porta, o a chi come Kovacic viene messo alla gogna mediatica per aver sbagliato la marcatura su Lichtsteiner in occasione della prima rete bianconera.

Serve una svolta, decisa, un cambiamento radicale. Negli uomini-D’Ambrosio ed Hernanes sono pronti nella mentalità e possibilmente nel modulo. Mazzarri deve capire –anzi lo ha capito-che il 3-5-2 diviene efficace soprattutto quando gli esterni di centrocampo vincono agevolmente i duelli con i loro dirimpettai. In caso contrario il modulo è perdente.

E allora bisogna cambiare. Le soluzioni sono diverse e la più logica sarebbe quella di proporre la difesa a 4-evitando così agli esterni di sfiancarsi lungo le corsie. Ma ciò che serve in primis alla squadra-oltre naturalmente ad un’accettabile condizione atletica-è la qualità in mezzo al campo. Per questo motivo è stato acquistato il Profeta Hernanes che deve essere pero’ adeguatamente sostenuto o  sul piano del linguaggio tecnico scegliendo i suoi partner tra i vari Guarin, Alvarez, Botta e lo stesso Kovacic o affiancandogli cursori di quantità che pero’-eccezion fatta per Taider- l’Inter al momento non ha. E allora Mazzarri deve puntare sulla qualità e sul coraggio e su un modulo più spregiudicato. Ha solo l’imbarazzo della scelta. E l’obbligo di dimostrarsi all’altezza di una società che non può vivacchiare nel limbo della mediocrità.

di Bruno Longhi

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Hernanes, D’Ambrosio e Guarin: Inter, bisogna ripartire da qui

3 febbraio 2014

Aggiornamenti su Stramaccioni-Mazzarri dopo 22 giornate: 40 a 33. Meno sette i punti, oggi. E pareva impossibile fare meno della desolante Inter di un campionato fa.
Rifare il percorso dei primi 33 giorni del nuovo anno? Ma a che serve? Un disastro, si sa. Compreso il dicembre 2013, derby a parte. Quel che serve ora all’Inter, e a Mazzarri, è capire dove sta il problema, o meglio: dove sono i tanti problemi di una squadra che sembra aver smarrito tutto e tutti, campioni di lunga data e giovani di prospettiva, giocatori maturi e altri da scoprire. E allora, cosa serve per riemergere?
Innanzitutto, scoprire a tempo tre giocatori che l’Inter ha acquistato dal calciomercato: l’uomo ovunque del centrocampo Hernanes; il difensore bravo a destra e a sinistra D’Ambrosio; e il centrocampista mai sfruttato come si dovrebbe Guarin. Leggi il seguito »

di Roberto Omini

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Inter, 12 mesi dopo: due crisi a confronto

26 gennaio 2014

Stramaccioni 39 punti. Mazzarri 33. Siamo a meno sei dalla peggior notte interista degli ultimi 30 anni. O quaranta, fate voi, indietro col tempo.
Lo sappiamo. I paragoni sono sempre antipatici. E mettere in equilibrio l’Inter di Strama con questa è sempre stato un esercizio faticoso, perché la conclusione è (stata) sempre la solita: senza Mazzarri questa squadra avrebbe chissà quanto in meno di quel poco che possiede.
Vero? Falso? Il problema, ripetiamo, non sta nei paragoni. Ma il problema sussiste, perché un anno fa a fine gennaio la crisi di quell’Inter era già cominciata, così come è cominciata la crisi di questa con l’avvio del nuovo anno.
Dodici mesi fa, però, sembrava solo un problema tecnico. Si diceva, l’inesperienza di Stramaccioni, i reduci dal Triplete, una questione tattica irrisolta e l’idea morattiana di puntare su un esordiente, della panchina. Ma era colpa del tecnico romano? Riveduta oggi, quella crisi ha più il sapore d’insieme, di gruppo, di ambiente. Ridiamo a Stramaccioni una credibilità che sembra l’abbia messo in un angolo. Per restarci. Leggi il seguito »

di Roberto Omini

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Seedorf, una storia di sentimenti

14 gennaio 2014

E’ una storia di calcio, quella tra Seedorf e il Milan ma è soprattutto una storia di feeling, di sentimento Quel sentimento, chiamiamolo amore che aldilà dei risultati ottimi non era mai sbocciato con Max Allegri, un po’ troppo distaccato, poco passionale.

Arriva Clarence, l’olandese del Suriname che Silvio Berlusconi mette sulla panchina del suo Milan nella speranza o nella certezza che possa ripetere le gesta di Sacchi e Capello, entrambi figli vincenti delle sue intuizioni, ed entrambi arrivati senza curriculum a dirigere una grande squadra.

Il Milan, come accaduto con Carlo  Ancelotti o con Leonardo o con lo stesso Capello viene dunque restituito ai milanisti. Ad un neo tecnico che non ha mai allenato, ma sa come muoversi.Uno che impara in fretta.Non per niente rimane  il piu’ giovane debuttante nella storia dell’Ajax.

E’ entrato nella storia del Real Madrid, di striscio in quelle della Sampdoria e poi  dell’Inter. In rossonero ha dimostrato di essere campione soprattutto con e contro i campioni.  

A Seedorf, capace di vincere da giocatore ben 4 champions con 3 squadre diverse, non si possono chiedere miracoli.Che la mossa sia azzeccata ce lo dira’ il tempo, solitamente galantuomo. Semplicemente gli si chiede di  ridare al  Milan in base al potenziale tecnico la  giusta posizione di classifica in questo campionato.Per il futuro occorrera’ un programmazione mirata… Affinchè il professore, uno che in quanto ad autostima, non è inferiore a nessuno, possa essere molto di più di un’idea suggestiva.

Intanto rappresenta già dal punto di vista mediatico, qualcosa di inedito di importante.E poi è uno che come Silvio Berlusconi ama pensare in grande. Condizione indispensabile perché il Milan possa ritornare ad essere il Milan.

 

di Bruno Longhi

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Roma, è girato il vento

1 dicembre 2013

di Claudio Di Benedetto

Continua a correre sul posto la Roma, sempre imbattuta, ma rallentata da un calendario che doveva permetterle di allungare sulla Juve: Torino in trasferta, Sassuolo e Cagliari in casa, Atalanta a Bergamo. Quattro pareggi. Tre gol subiti da una squadra che nelle prime dieci giornate ne aveva incassato soltanto uno, e solo tre fatti.  Fino a Roma-Napoli (ottava giornata) ne aveva sempre segnati almeno due. In quella partita Totti ha giocato poco più di mezz’ora, gli ultimi 33 minuti del suo campionato. Leggi il seguito »

di Redazione

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